TESTIMONI DEL NOSTRO TEMPO



Questa sezione vuole far conoscere all'utente figure di testimoni della fede del nostro tempo.

Luca,
Vent’anni per Gesù

Luca Ferrari



Voglio vivere una donazione totale all’altro, secondo lo stile dl Gesù.
(Luca)



Una domenica di maggio 1975 a Cuneo. Nella parrocchia «Cuore Immacolato di Maria», è festa di Prima Comunione. Tra bambini c’è Luca Ferrari, otto anni, lo sguardo dolce e sbarazzino, contento del suo primo incontro con Gesù... Si ferma in preghiera davanti alla statua della Madonna, poi le dà la mano, come fa con la mamma. Da quel giorno Ella l’avrebbe guidato sulle orme del Figlio suo. E lui la chiamerà «Mamma Maria».

Luca era nato il 7 dicembre 1967, vigilia dell’immacolata, terzo dopo Paolo e Laura. Bambino vivace, papà Enrico lo chiamava «il grillo». Dai genitori scopre che Gesù è il più grande Amico e che la vita va spesa come dono d’amore.

Ogni mattina, ogni sera, con i suoi cari, si raccoglie a pregare. Alle elementari, intelligente e studioso, è capace di amicizia con tutti: buono, sorridente, un gran mattacchione. Tutto lo appassiona. Frequenta il catechismo parrocchiale...

Si affeziona al parroco, Don Giorgio, fervente e dinamico, che diventa la sua guida, colui che, con la mamma EIsa, lo aiuterà a intessere un intenso rapporto d’amore con Gesù. Quando riceve la Cresima, Luca, undici anni, sa che ora tocca a lui essere un cristiano vero.



Gesù è la gioia

È limpido come l’acqua che scroscia dai monti della sua terra. Impara a conoscere stupendi modelli di vita: Tarcisio, il ragazzo martire di Roma antica (cui è intitolata l’associazione parrocchiale), giovani santi come Domenico Savio e Pier Giorgio Frassati. Non può sopportare ingiustizie né azioni scorrette: «Io con quello non ci sto più, perché dice troppe parolacce» — s’impenna indignato.

Quando arriva alla scuola media, l’istituto Maria Immacolata, è un ragazzo felice che studia volentieri e che si fa tanti amici con i quali gode un mondo a giocare, a fare sport, a cantare.

A fianco dei genitori, gli nasce dentro la passione per la montagna. Luca è un adolescente che sogna le vette.

Mentre diversi compagni non frequentano più la parrocchia, lui è fedelissimo agli incontri formativi, alla Confessione frequente, alla Messa festiva e spesso anche durante la settimana, sempre con la Comunione. Crescendo, sente di aver ancora più bisogno di Gesù e vuole conoscerlo a fondo: comprende che Gesù è la sorgente della gioia vera.

Nel 1981. dopo la terza media. s’iscrive alle superiori. Ha nel cuore il desiderio di portare Gesù a scuola, dovunque. Comincia

a voler bene a tutti i compagni ed è sempre pronto a dar loro una mano, anche quando gli costa. Studia con intelligenza e impegno, sempre promosso tutti gli anni, e vuole approfondire fatti e problemi: ha la passione della Verità. Negli incontri in parrocchia, nel colloquio sempre affettuoso con i genitori. Luca matura una fede forte e gioiosa. Incontra giovani che trattano con ironia chi crede. Luca risponde con bontà, ma spiega loro con chiarezza chi è Cristo. A scuola c’è un professore che attacca i cattolici. Solo Luca interviene deciso: «Questo non è vero. Lei non può parlare così!»

È pronto a dar ragione della sua fede con convinzione così profonda e motivata da stupire. Carlo, il suo vicino di banco, un giorno gli confida: «Voglio farmi prete». Luca ne è orgoglioso. Quando Carlo trova difficoltà, solo lui continua a sostenerlo: «Coraggio, va avanti. E’ una scelta meravigliosa». Una volta entrato in noviziato dai salesiani, Luca va spesso a trovarlo: «Tieni duro! Il Signore è con te».

A chiunque incontra, annuncia Cristo con brio, simpatico ed attraente. Ricco di umanità, è accogliente verso tutti e fa sentire loro che solo Cristo è il senso e la bellezza della vita, che Lui è più forte del dolore, del peccato, di qualsiasi dramma. Luca affascina con il suo sorriso e la letizia che emana dalla sua figura: gli altri comprendono che solo Gesù è il segreto di questa vita, di questa gioia.



«Come persona gradita al Signore»

Si impegna in parrocchia interessandosi ai bambini, ai poveri, collaborando con la «S. Vincenzo», senza risparmiare fatica. Si dedica ad un giovane che sta scivolando verso una brutta strada. Durante la festa, una sera di capodanno, in parrocchia, un giovane che conosce è ubriaco. Luca se lo carica sulle spalle e lo porta a casa sua. rinunciando alla festa, e lo fa dormire nella sua camera. Sente che tocca anche a lui far vedere Gesù.

«Qui — dice con i compagni — bisogna sputare l’anima». Ma sa che non potrà far nulla da solo: «Sto portando avanti un progetto di sensibilizzazione per dare aiuto ai bambini dell’india — scrive ad un amico —. Per questo ti chiedo di pregare perché il Signore mi dia la forza».

Luca ha sempre creduto alla preghiera. Ora prega, cuore a cuore con Gesù. Ama molto «Le preghiere» di M. Quoist: le medita e ne fa parte agli amici, con i quali spesso afferma: «L’unica cosa è pregare», perché si fida di Dio e da Lui attende tutto...

Fin da bambino, ha un’affezione grande alla Madonna: la sente e la prega come Mamma, le affida i suoi cari, gli amici, i progetti di bene. La prega spesso nel suo Santuario di Fontanelle Confida: «Ogni mattina, metto la mia giornata nelle mani della Madonna». Scrive: «Lungo la via della vita, l’incontro con la Mamma è sempre rassicurante». Prega con il rosario e insegna agli altri ad amare «Mamma Maria».

In parrocchia con gli amici ha organizzato un complesso musicale. Partecipa spesso con i genitori e gli amici a giornate allegre in montagna. Si diverte «da matti» a giocare a pallone, a pallavolo ed è pure uno sciatore provetto. Ma nei momenti più impensati, propone agli amici: «Ora preghiamo insieme». Una sera, sale con loro a S. Anna di Vinadio, a piedi. È buio fitto, ma giunti alla meta, Luca li invita a pregare sotto il cielo stellato... Non raramente, si apparta da solo e nessuno può rapirlo dal suo colloquio con Dio. Tutti io sentono fratello, ma i più attenti si accorgono che è diverso.

A Carlo, l’amico che si avvia al sacerdozio. scrive: «Ti ringrazio perché con la tua presenza ed esempio, mi incoraggi ad andare avanti nel cercare di costruirmi come persona gradita al Signore». È il suo progetto, il medesimo di Gesù: «Sono venuto per compiere la volontà del Padre». Così, quando nasce la nipotina Samantha, Luca, diciottenne, accetta con orgoglio di farle da padrino: «Allora sono diventato grande» — commenta commosso — e partecipa con i genitori della piccola alla preparazione al Battesimo impegnandosi a trasmetterle la sua fede.

Nel 1986, ha conseguito la maturità. È un giovane forte e slanciato, dallo sguardo bello e puro. Non è mai entrato in una discoteca né ammazza il tempo in esperienze di vizio e di peccato. Durante l’estate, a Taizé, incontra giovani di mezza Europa ed approfondisce la sua capacità di pregare. Fa amicizia con un gruppo di giovani che, al ritorno, gli chiedono un piccolo contributo per i bambini dell’India. Luca possiede in banca 700.000 lire (poco più di 300 euro), frutto del suo primo lavoro, e dice al papà: «Manda tutti i miei soldi a quei bambini». Per loro si priva di tutto quel che ha.

Giunto il tempo del servizio militare, presenta domanda di obiezione di coscienza: «Io sottoscritto... dichiaro di essere contrario all’uso delle armi e della guerra.., Voglio vivere una donazione totale all’altro secondo lo stile di Gesù: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano». Voglio donare me stesso per realizzare un incontro nella carità, vincolo di perfezione, nella quale soltanto potranno essere superati gli eterni conflitti tra gli uomini e le nazioni. Presta servizio civile alla Caritas, presso il Centro-Famiglia di Borgo San Dalmazzo, strappando l’ammirazione degli assistiti e del responsabile. Vuole dare di più, specialmente per i bambini cui fa dopo-scuola. Nei momenti di libertà, spiega ai più giovani il valore del servizio ai fratelli, l’urgenza di costruire un mondo di pace. Ma ormai Dio lo veniva preparando all’offerta suprema.

Nel marzo 1987, Luca si frattura una gamba, cadendo dagli sci. Ingessato, si lamenta con la mamma: «Sono immobilizzato, mentre c’è tanto bisogno di far del bene. La mamma gli ricorda: «Gesù ha salvato il mondo sulla croce». Luca ascolta: «Mamma, parlami ancora di Lui». La luce arriva ed egli offre la sua sofferenza con Gesù. Risponde: «Adesso andiamo in chiesa a pregare. Ed insieme alla mamma, prega: «A me basta il mio Dio...» (Salmo 15). Ha compreso che la sofferenza offerta per amore con il Crocifisso, diventa redenzione del mondo.



Una svolta nella sua vita



Guarisce presto e riprende le sue attività.., scala le montagne. il «suo» Monviso... Di lassù guarda il cielo che è più bello e la terra che si fa lontana e piccina. Le foto lo mostrano sulla vetta, vicino ad una croce... Sono mesi densi di amore a Cristo e al prossimo, vivificati dalla preghiera e dalla Comunione eucaristica. Luca diffonde attorno a se la luce e la pace che solo Dio può dare.

Un giorno d’agosto 1987, conversando, la mamma gli ricorda: «La vita si costruisce solo con Gesù... Chi è Gesù per te?». Le risponde Luca: «Gesù è il mio unico punto di riferimento. Colui per il quale viviamo. Ma credi che sia facile costruire tutto su di Lui?».

Sa di aver bisogno del perdono e della grazia divina e cerca tutto questo nella confessione frequente per ripartire più limpido e più capace di amare.

Nel settembre 1987. con gli amici dei «Focolari» (cui appartengono i suoi genitori, Luca è a Roma, in udienza dal Papa: è radioso quando può stringergli la mano, sorridergli...

In ottobre, partecipa alla Messa celebrata presso «l’Ausiliatrice» di Torino, da don Commisso, salesiano, per il 25° di matrimonio dei suoi genitori. Riceve la Comunione sotto le due specie: il calice in cui beve il Sangue di Gesù è quello di Don Bosco e Luca sprizza di felicità. L’ultima foto della sua vita lo mostra così: Luca. con il sacro calice tra le mani, vicino al sacerdote. quasi si confonde con il volto di Gesù che ha alle spalle, in una stupenda immedesimazione d’amore!



«Ho vissuto in Te»

Il 7 dicembre 1987, compie 20 anni. È festa in casa Ferrari. Il 9, presta la sua opera in una casa di riposo. La sera del 10 dicembre, mentre sale da Borgo Gesso, con la sua piccola «500», è investito da un’auto che sbanda. All’ospedale si riscontrano numerose fratture sul suo corpo. Accorrono i genitori. Luca, tutto dolente, chiede ad un’infermiera: «Dica alla mia mamma che le voglio bene». È operato per l’asportazione della milza. Appena riprende conoscenza, dice ai suoi genitori: «Perdono il giovane che mi ha investito. Desidero vederlo per dirglielo di persona». Dopo qualche istante: «Non costituitevi parte civile, non fate nulla che possa nuocergli». Sembra riprendersi bene. Sa che sarà esonerato dal servizio civile: «Papà, — spiega — io quelle persone là non le voglio lasciare. Io farò come volontariato. ma i miei venti mesi con loro li voglio passare tutti». E ancora: «Vorrei lasciare al Centro Famiglia di Borgo San Dalmazzo l’assicurazione». Sì — gli risponde il papà — faremo tutto quello che vuoi, ma ora pensa a guarire.

Seguono giorni di trepidazione e di speranza. Tutti pregano per lui. Ogni giorno. Luca con i genitori prega con il «Magnificat», per lodare il Padre con Maria e offrire tutto per la sua gloria. Vengono a fargli visita il parroco Dan Giorgio, il vice Don Beppe, sacerdoti, amici: «Luca, vuoi pregare?» — Sì. — risponde subito — l’Ave Maria, perché è rivolta a Mamma Maria e poi perché me l’ha insegnata mamma». Vuole spesso la Comunione, perché con Gesù non c’è da aver paura. Nel suo corpo dolente sono infilate più di dieci flebo. Il medico cerca di calmargli il dolore ma Luca gli chiede: «Solo mezza iniezione. Voglio resistere da solo. Voglio essere lucido!».

Negli stessi giorni, nel medesimo ospedale, nasce il nipotina Matteo. Luca commenta: «Se nasce lui. c’è già chi mi sostituisce... io posso anche morire». Ma il giorno di Natale, è in un letto «normale». Non vuole regali: «Mamma. non si può vivere questa festa in povertà?». Alla sera, tutti i familiari si radunano attorno a lui.

Domenica 27 dicembre. Luca sente un dolore al petto. Mormora: «Signore, pietà». Si rivolge alla mamma con voce intensa: «Com’è bello il cielo!». Poi: «Guarda il campanile della nostra chiesa: si vede solo più la croce!». Le cure continuano, ma la fitta al petto si fa più forte: l’aorta sta cedendo. È il 28 dicembre 1987, festa dei SS. Innocenti. Luca vuole vedere il nipotino Matteo, di pochi giorni: lo accarezza, lo bacia. Mentre il sole tramonta, dietro le vette inondate di luce, Luca chiama: «Mamma, voglio pregare». Ed insieme alla mamma,

dice piano, sottovoce, la sua preghiera prediletta, «Gratitudine» di Chiara Lubich: «Gesù, ti voglio bene, perché sei entrato nella mia vita, più dell’aria nei miei polmoni, più del sangue nelle mie vene. Sei entrato dove nessuno poteva entrare... Ogni giorno ti ho parlato. ogni ora ti ho guardato e nel tuo volto ho letto la risposta, nelle tue parole la spiegazione, nel tuo amore la soluzione. Ti voglio bene, perché per tanti anni hai vissuto con me ed io ho vissuto di Te... Dammi di esserti grato, nel tempo che mi rimane, di questo amore che hai versato su di me e m’ha costretto a dirti: ti voglio bene». Sono le sei di sera. Luca, vent’anni colmi di dedizione, contempla Gesù e, nella sua gioia infinita, gli ripete in eterno «Ti voglio bene».


Paolo Risso



“La nostra vita si confronta con uomini e donne che hanno aperto nuove strade all’ esistenza dell’ uomo.

Anche oggi sono tra noi: basta avere una particolare sensibilità per individuarli e lasciarci aiutare da loro.

Possono esemplificarci scelte e percorsi”.

(Catechismo dei Giovani)

Matteo Farina



Matteo Farina: nato dai brindisini Miky Farina e Paola Sabbatini in una clinica di Avellino, scelta dalla mamma per il parto,  fin dai primi giorni di vita  trascorrerà a Brindisi la sua intera esistenza; il 28 ottobre 1990 ricevette il Sacramento del Battesimo nella Parrocchia “Ave Maris Stella” di Brindisi; la parrocchia, con la quale egli ebbe sempre un profondo legame, è affidata alla cura pastorale dei Padri Cappuccini che trasmisero a Matteo, come agli altri giovani, lo spirito di san Francesco e la devozione verso san Pio da Pietrelcina. Matteo crebbe in una famiglia molto unita e di solidi valori cristiani; con la sorella Erika ebbe sempre un legame speciale, reso ancora più saldo nella fede e nella malattia.

Fin da subito si dimostrò un bambino ubbidiente, sereno, socievole e curioso per tutto ciò che lo circondava, rivelando attenzione e cura per tutte le creature, anche le più piccole. Chi lo ha conosciuto lo definisce “la dolcezza fatta persona”, una caratteristica, questa, che lo accompagnò in ogni momento della sua vita.

Già dal primo anno della scuola elementare “G. Calò”, Matteo manifestò il desiderio di imparare, di conoscere cose nuove e belle. Rivelava un forte e serio impegno sia nelle attività scolastiche, sia nello sport, praticando diverse discipline, sia nella passione per la musica, trasmessagli da papà Miky, imparando a suonare alcuni strumenti.

Cresciuto in una famiglia che viveva fortemente la fede cristiana, Matteo, a differenza di molti bambini della sua età, si mostrava entusiasta nella partecipazione al catechismo e alla Santa Messa. All’età di otto anni ricevette per la prima volta il Sacramento della Riconciliazione, a cui si sarebbe accostato con serietà e frequenza costante, soprattutto a seguito del sogno fatto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del 2000 in cui san Pio da Pietrelcina, a cui egli fu molto legato, proferiva: “Se sei riuscito a capire che chi è senza peccato è felice, devi farlo capire agli altri, in modo che potremo andare tutti insieme, felici, nel regno dei cieli”. Iniziò così, spontaneamente, all’età di nove anni, il bisogno di Matteo di evangelizzare, con modi garbati e senza mai mostrarsi presuntuoso, tutti coloro che gli erano intorno, dalla famiglia agli amici più stretti, ai conoscenti e, in particolar modo, ai suoi coetanei. Scriveva così, di questo suo desiderio: “Spero di riuscire a realizzare la mia missione di ‘infiltrato’ tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui); osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore!”.

Una missione, la sua, che sarà accompagnata da un quotidiano ascolto e lettura della Parola di Dio (all’età di nove anni, come impegno quaresimale, lesse tutto il Vangelo di Matteo), ma soprattutto dal vivere la Parola in prima persona.

La preghiera quotidiana fu, per Matteo, un strumento efficace e, durante la recita del Santo Rosario, affidava alla Vergine Maria i bisogni di coloro che lo circondavano. Il 4 giugno 2000 Matteo ricevette il Sacramento della Prima Comunione. Il suo sentimento per Gesù, da questo momento in poi, crebbe sempre di più, alimentato dalla Santa Messa e dalla S. Comunione tutte le domeniche, dalla confessione assidua, dalla visita a Gesù Sacramento, dalla devozione al Cuore di Gesù con la pratica dei primi venerdì del mese e dalla recita del S. Rosario in onore della “Madonnina”.

Il 10 maggio 2003 ricevette il Sacramento della Santa Cresima dall’Arcivescovo Mons. Settimo Todisco e volle come madrina la sorella Erika, a motivo del loro indissolubile legame. In quel periodo frequentava la Scuola Media “J. F. Kennedy”, dando grandi soddisfazioni alla sua famiglia per i risultati scolastici raggiunti e facendo emergere, sempre di più, la sua capacità di stringere relazioni di amicizia basate sulla fiducia e sulla sua innata disponibilità verso il prossimo.

Dopo un’estate trascorsa in maniera spensierata, Matteo, nel settembre 2003, a causa di forti attacchi di mal di testa e di problemi alla vista, partì con i propri genitori e lo zio Rosario, per una serie di controlli, dapprima in Italia, negli Ospedali di Avellino e di Verona, e successivamente presso la clinica INI in Hannover, dove venne sottoposto ad un intervento di biopsia al cervello. In questo periodo iniziò a scrivere un diario perché sperava di “riuscire a dare gioia e forza a chi ne ha bisogno”, definendo quello che stava vivendo come “una di quelle avventure che cambiano la tua vita e quella degli altri. Ti aiuta ad essere più forte e a crescere, soprattutto, nella fede (…) Questo è il diario di un bambino tredicenne in un’esperienza spettacolare (…). Ed è proprio il bello di questa avventura: “sembra un sogno, ma è tutto vero”.

Le pagine del suo diario ci rivelano un Matteo che affronta il tutto con coraggio, sempre attento alla cura e alla serenità dell’altro, in continuo dialogo con Gesù; non rinuncia, infatti, alla recita quotidiana del Santo Rosario. Un’esperienza, la sua, che gli consentì di maturare velocemente sia dal punto di vista umano che dal punto di vista spirituale.

Dopo una degenza di circa due settimane ad Hannover, Matteo tornò a casa, accolto e circondato dall’amore della sua famiglia e dei suoi amici, convinto che fosse tutto finito. Gli esiti degli esami, purtroppo, indicavano un edema esteso nella zona temporo-occipitale destra del cervello, al di sotto della quale si sospettava la presenza di cellule maligne. Ciononostante, Matteo riprese la sua vita normalmente, impegnandosi con fervore negli esami di terza media, che superò con risultati eccellenti. Si rafforzò poi, in questo periodo, il suo amore per la “Madonnina”, tanto da consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria con la pratica dei primi sabati del mese, e ritrovando piena consolazione e forza nelle parole della Madonna di Fatima.

Sempre fedele al vivere quotidianamente la Parola di Dio, Matteo creò un fondo per le missioni africane del Mozambico, nel quale non solo depositava i suoi risparmi, ma convinse i suoi familiari a rinunziare agli acquisti natalizi, commutandoli in offerta per i bisognosi dell’Africa.

Dopo appena dieci mesi dal ritorno a Brindisi, Matteo ebbe una forte crisi convulsiva, a seguito della quale la sua vista rimase danneggiata, ma questo non lo fermò; continuava, infatti, ad essere un adolescente innamorato della vita. Appassionato di computer, si iscrisse all’ ITIS “G. Giorgi” di Brindisi, ma purtroppo una risonanza magnetica rivelò la necessità di ritornare in Germania per sostenere il primo intervento di craniotomia per l’asportazione di un tumore celebrale di terzo grado. Era il gennaio 2005 e Matteo affrontò tutto con un abbandono incondizionato a Dio e al rispetto della sua volontà.

Dopo 40 giorni di chemio e radioterapia presso l’Istituto “Carlo Besta” di Milano, Matteo rientrò a Brindisi il 2 aprile 2005. Qui riprese progressivamente la sua vita di adolescente, rimettendosi alla pari con il programma scolastico con ottimi risultati, e avendo come sua prima preoccupazione la serenità dei suoi familiari, che confortava con profonda maturità, dimostrandosi mite e premuroso. Amico di tutti, disponibile verso l’altro, Matteo venne soprannominato dai suoi compagni “il moralizzatore”, perché sempre pronto a parlare di Dio e ad incoraggiare la pace nei rapporti di amicizia.

Terminato il biennio, Matteo si trasferì all’ITIS “Majorana” di Brindisi, per coltivare e approfondire la sua passione per la chimica, potendo così studiare la perfezione dell’atomo, in cui percepiva la grandezza di Dio. Il 19 settembre 2005 compiva 15 anni e, in una sua riflessione, manifestava una preoccupazione che gli stava molto a cuore: “Mi piacerebbe riuscire ad integrarmi con i miei coetanei senza essere però costretto a imitarli negli sbagli. Vorrei sentirmi più partecipe nel gruppo, senza però dover rinunciare ai miei principi cristiani. È difficile. Difficile ma non impossibile”.

Matteo continua la sua vita di adolescente sereno e francescano nell’animo, eccellendo negli studi, stringendo amicizie fondate sulla fiducia e il reciproco rispetto e, infine, dedicandosi alla sua grande passione per la musica, con la formazione di un gruppo, i “No Name”, di cui sarà il cantante. Non si allentava, tuttavia, il forte legame che sentiva verso il Signore, anzi, questo si intensificava ancora di più, perché Matteo avvertì la presenza e la guida di Gesù in ogni sua scelta. Ancora non gli era chiaro cosa il Signore volesse da lui come scelta di vita; si sentiva attirato verso il sacerdozio, ma era consapevole delle sue difficili condizioni di salute.

Dopo circa due anni, in seguito ai controlli periodici, iniziava a farsi strada la speranza che la malattia stesse regredendo. Nell’aprile 2007 Matteo conobbe e si innamorò, ricambiato, di Serena, che definirà “il dono più bello che il Signore potesse dargli”, vivendo con lei una relazione di amore puro, fondata sui principi cristiani. I due giovani sarebbero rimasti insieme fino alla fine, sostenendosi a vicenda, anche quando la malattia avrebbe preso il sopravvento, accogliendo il tutto con grande maturità e fede, come volontà del Signore.

Nell’ottobre 2008, mentre si apprestava a frequentare l’ultimo anno delle scuole superiori per poi sostenere l’esame di stato, Matteo partì nuovamente per Hannover perché, dai controlli periodici, risultava una seconda recidiva. La mamma Paola sentì il bisogno di far impartire al figlio l’Unzione degli infermi. Il 9 dicembre dello stesso anno, presso la Clinica INI, Matteo venne sottoposto al primo di tre interventi, che miravano a rimuovere il tumore al cervello.

Le condizioni di Matteo andarono peggiorando e nel gennaio 2009 egli venne sottoposto ad un terzo intervento, finalizzato a consentirgli il ritorno a casa, data, ormai, la constatata impotenza della medicina. Il 13 febbraio dello stesso anno, Matteo rientrava a Brindisi con una paralisi al braccio e alla gamba sinistra, conseguenza delle operazioni a cui era stato sottoposto. Pur costretto ad utilizzare la sedia a rotelle per muoversi, continuava a dimostrare tanta forza e, soprattutto, tanta fede, affidando tutto al Padre e ripetendo spesso: “Dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore!”.

Alla fine del mese di marzo, a causa di una forte febbre e della sopraggiunta diminuzione della funzionalità degli arti, Matteo venne ricoverato all’Ospedale Perrino, dove ricevette la visita e la benedizione pasquale da parte dell’Arcivescovo Mons. Rocco Talucci. I medici, non potendo far più nulla per lui, consigliarono il ritorno a casa di Matteo, che, ormai, aveva solo brevi momenti di lucidità. Ricevette la sua ultima Comunione il 13 aprile 2009. Sempre fedele al suo amore per il Signore, per la “Madonnina” e per il suo prossimo, pur non potendo più esprimersi con le parole, Matteo, alla domanda della mamma di offrire la sua grande sofferenza per la salvezza delle anime, fece cenno di sì con la testa e con gli occhi. Fino all’ultimo fu attorniato dalla presenza, dall’amore e dalla preghiera dei suoi familiari e amici.

Il Servo di Dio morì il 24 aprile 2009.

È molto importante nel contesto di complessità che viviamo, evidenziare come questo giovane si sia distinto non solo nell’affrontare con serietà, impegno e consapevolezza la vita quotidiana, ma anche il delicato passaggio dall’essere ragazzo all’essere giovane, più maturo, più adulto. È affascinante seguire la crescita personale di Matteo, la sua sorpresa nell’apprendere qualcosa di nuovo, il suo percorso interiore.

Sembra che ogni giorno, ogni esperienza gli abbia insegnato qualcosa sulla vita e su Dio; qualcosa di cui lui fa tesoro e che lo aiuta pian piano a scoprire e costruire attivamente la casa del progetto del Signore sulla sua vita, che non vuole mai minimamente contrastare. In un testo scritto a dodici anni si esprime dicendo che "ha imparato a vivere".

La vita, anche nella situazione di malattia o con altre difficoltà, è la sua maestra che a sua volta gli insegna a vivere meglio. In questo modo, quasi naturale, si accorge di diventare gradualmente e spontaneamente uno strumento di edificazione anche per gli altri. Matteo si accorge che crescere e migliorare comporta delle difficoltà da affrontare, ma è animato da un costante spirito di fortezza che lo spinge a non arrendersi.

In Matteo emerge un profondo impegno interiore orientato a purificare il cuore da ogni peccato. Il giovane vive questa dinamica spirituale non con pesantezza, sforzo o pessimismo; anzi, dalle sue parole emergono costante fiducia in Dio, sguardo tenace, determinato e sereno rivolto al futuro, accolto come una nuova occasione data per migliorare e far fiorire in lui i doni ricevuti dal Signore. Egli avverte fortemente la necessità di allontanare anche il più piccolo male dalla sua vita, per rispondere con maggiore radicalità e purezza all’amore di Dio e condividere relazioni serene, solidali, gioiose con gli altri.
Da questo impegno di Matteo scaturiscono sentimenti di felicità che sa godere delle bellezze semplici e autentiche della vita: l’amicizia e l’amore, il gioco, il riposo, il viaggio, il creato, la preghiera, la scrittura e la comunicazione.

Infine Matteo ama condividere la sua vita con gli altri. Le cose importanti e belle che ha scoperto per sé le propone e le diffonde perché tutto questo si possa arricchire e dilatare nella gioia della compagnia. Ma a questo si aggiunge per lui un fattore imprescindibile: la fede, i sacramenti, le intuizioni spirituali, il suo rapporto personale con Dio Trinità, con Maria Santissima, con i Santi (particolarmente San Pio da Pietrelcina e San Francesco d’Assisi), non sono tesori da custodire nel chiuso della propria interiorità, ma esperienze da testimoniare e annunciare a tutti, particolarmente ai suoi coetanei e amici, con spirito missionario.

Sia nel periodo precedente alla scoperta della malattia che in seguito, Matteo è sempre attento alle relazioni con gli altri, in particolare con gli amici. Esse sono espressioni della vicinanza di Dio. Se si può riconoscere in lui qualche preferenza o sensibilità maggiore, certamente l’ha avuta ed espressa verso persone e situazioni che richiedevano maggior aiuto e attenzione. Infatti manifesta la sua visione dell’amicizia come promozione del bene dell’altro, aiuto altruistico, incoraggiamento e sostegno verso l’amico. Gli “antipatici” o coloro che ci fanno “alterare” non sono esclusi dalla cerchia delle relazioni di Matteo.

Il suo sguardo, la sua attenzione sono attirati dalla debolezza, dalla fragilità, dalla mancanza di fede degli altri e dal loro stato di difficoltà. Matteo le prende a cuore e mostra premura, tenerezza, compassione per loro. La vera solitudine per Matteo è non aver nessuno da amare, nessuno a cui dare.

È presente in lui un’alta valorizzazione della prossimità, della vicinanza, considerata come dono, possibilità buona di vita condivisa, di incontro, scambio, relazione. Ma Matteo non si lascia trascinare dalla goliardia dello stare insieme. Sa valutare la qualità delle scelte, degli atteggiamenti, e del modo di vivere. C’è un’uguaglianza fondamentale nella dignità che lega ogni uomo ad un altro, anche se di ceto, cultura, provenienza sociale diversa. Se però avesse dovuto scegliere fra mantenere un’amicizia a discapito della fede e della coerenza dell’essere cristiano e di manifestarlo apertamente, Matteo stesso dice:
“L’amicizia, invece, è un sentimento che va coltivato e che deve nascere spontaneamente, perché l’amico vero è difficile da trovare, ma “chi trova un amico trova un tesoro”.  Non colpevolizzo quindi chi mi è vicino e non riesce ad essere mio amico. Concludendo quindi è sì difficile essere cristiano e quindi farsi degli amici (a volte per sostenere la propria fede si possono anche spezzare delle amicizie), ma non dobbiamo temere a manifestare la nostra fede. Anche se tutti ci abbandonassero rimarrebbe sempre Lui, il nostro Dio, il nostro Padre celeste, il nostro migliore amico. Dio!”.

Oltre all’amicizia, per Matteo c’è un tipo di relazione che è particolarmente importante ed è quella tra gli sposi. Egli rappresenta questa relazione attraverso l’immagine della «mano nella mano». In quel gesto, che per Matteo accompagna tutta la vita coniugale di uomo e donna, c’è il mistero del loro amore fatto di compagnia, condivisione, unità profonda.

Una difficoltà che Matteo riscontra nello stare con gli altri, soprattutto i suoi coetanei, è quella di non riuscire sempre a condividere con loro la bellezza della fede. Lui stesso si chiede cosa sia la fede. Non è capace di dare una definizione: “di preciso non lo so”, scrive; poi riflettendo dà alla fede questo significato:
“La fede non è però attendere grazie da Dio. No!
La fede è aggrapparsi a Dio per diffondere la sua Parola.
È pregare per nutrirsi del suo cibo, quello che servirà per sempre; è mettersi d’impegno per seguire i piani di Dio nel modo migliore; è chinare il capo senza rialzarlo con orgoglio; è fare il bene nel silenzio e riflettere sul male compiuto”.

Matteo cerca il modo di partecipare e proporre loro la sua fede in Dio, ma è consapevole delle tante resistenze che incontra nel cuore dei suoi amici, ma non li colpevolizza. Si impegna nel comprendere, studia, si industria per fare breccia nel cuore dei suoi giovani coetanei e far entrare Gesù (si definirà l’"Infiltrato"). La loro difficoltà nella fede diventa nel suo cuore interrogativo e progetto per riuscire nell’intento di farli sentire raggiunti dal Vangelo. Egli constata con preoccupazione che la fede oggi è ostacolata dalla "difficoltà ad andare contro corrente" e la mancanza di attenzione degli adulti, nell’educare alla vita cristiana. E comincerà lui, da giovane verso i giovani, a mostrare la sua personale attenzione per loro.

Egli prega continuamente per i giovani e arriva  a dire: “Per quanto mi riguarda spero di riuscire a realizzare la mia missione di “Infiltrato” tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui)…osservo chi mi sta intorno per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore”.

La malattia è arrivata senza preavviso; era un ragazzo pieno di vita, allegro con i suoi progetti per l’avvenire, una ragazza, la musica, lo sport… Tutto, all’improvviso sembrò cambiare; ma Matteo trovò nella preghiera e nell’amicizia con Gesù la sua forza; è lui stesso che parla del suo cammino nella malattia e dell’incontro con il sacerdote che lo ha aiutato a leggere anche in quello dolora esperienza un sego dell’amore di Dio:
“Un giorno giochi con i tuoi amici, ridi e sei felice. Poi all’improvviso lei, la sofferenza, la malattia. Senza neanche accorgertene vieni catapultato in un mondo che non ti sembra il tuo.
Sembra tutto impossibile, credi che queste cose accadano solo nei film.
Finalmente torni a casa: il Signore è grande, che gioia. Credi di essere guarito, ma poco dopo ti ritrovi di nuovo a soffrire. Non riesci a crederci. Credi che tutto ti stia crollando addosso.
Inaspettatamente, in un pomeriggio che avresti definito comune, che avresti sprecato come al solito a rattristarti, incontri un umile sacerdote, semplice ma saggio. Sotto la sua guida ti riagganci a Dio; ritrovi la gioia, la speranza. Torni a casa, tra parenti e amici, e tutto va splendidamente, sempre meglio. I medici non si spiegano i miglioramenti; ma tu invece lo sai, e ridi…
Vorresti gridare al mondo che faresti tutto per il tuo Salvatore, che sei pronto a soffrire per la  salvezza delle anime, a morire per Lui.
Avrai modo di dimostrargli il tuo amore…”

Certamente, con il passare del tempo e la inutilità delle cure, ha sentito il peso della malattia che via via gli sottraeva la vita: la compagnia degli amici, l’amore della fidanzata Serena; ogni giorno aveva la sua fatica; eppure sapeva che Dio, nel suo amore, non lo aveva lasciato solo:br> “Quando senti che non ce la fai, quando il mondo ti cade addosso, quando ogni scelta è una decisione critica, quando ogni azione è un fallimento… … e vorresti buttare via tutto, quando il lavoro intenso ti riduce allo stremo delle forze, sottraendoti tempo per prenderti cura della tua  anima, amare Dio con tutto te stesso e riflettere il  suo amore agli altri. Fatica.
Stringi i denti… eppure non ce la fai.  Dio ti ha lasciato solo? No!
In silenzio ti sta sempre accanto asciugando le  tue lacrime e tenendoti in braccio, finché non avrai la forza di camminare con i tuoi piedi, tenendolo con vigore per mano.
Fatica. “Accucciati” umile tra le sue braccia e lì sarai protetto finché non torna il bel tempo. Tornerai allora a splendere del suo amore, donando anche una carezza, un sorriso, il tuo piccolo contributo per aiutare chi è come te nella difficoltà, nella fatica; portalo da Dio… Risorgerà anche lui con il Nostro Signore ad una vita d’amore”.

Per quanto possa sembrare sorprendente in un giovane di appena 19 anni, Matteo aveva colto in profondità il valore della vita, la responsabilità di avere ricevuto il dono della fede, della famiglia; l’impegno a non buttare via la vita in cose futili, ma vivere in pienezza in senso umano e cristiano:
“Perché mi hai scelto?  Perché la fede e tutti i tuoi doni? Chi sono io per meritare questo?  Sono un servo inutile.
Ma non è questa la domanda giusta.
Chi sei Tu? Chi sei Tu per accontentarti di me?
Quanto è grande il tuo amore se nonostante i miei peccati mi scegli come tuo servo?
Perché me e non altri?
Vorrei immergermi nel tuo amore mio Dio, per poter vedere il mondo come lo vedi tu, anche per poco, per capire come fai a vincere tutto con l’amore.
Sono in mezzo a tanta gente che non crede in Te.
Perché chiami me a testimoniarti?
Ti basta il mio nulla?
Quali sono i tuoi progetti per me?
Come posso servirti?
E’ difficile vivere nel mondo quando la fede ci dice che non siamo del mondo.
Ma se me lo chiedi, se è per questo che mi hai voluto, non è impossibile. Conosci i miei limiti, meglio di me.
Mio Dio ho due mani, fa che una sia sempre stretta a te sicché in qualunque prova io non possa mai allontanarmi da te, ma stringerti sempre più; e l’altra mano, ti prego, se è tua volontà, lasciala cadere nel mondo… perché come io ho conosciuto te per mezzo di altri così anche chi non crede possa conoscerti attraverso me. Voglio essere uno specchio, il più limpido possibile, e, se è la tua volontà, riflettere la Tua luce nel cuore di ogni uomo.
Grazie, per la vita. Grazie, per la fede. Grazie, per l’amore.
Sono tuo”.

Matteo con la sua vita testimonia le parole di san Giovanni Paolo II alla GMG del 2000:
“In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna”.

(Tor Vergata, sabato 19 agosto 2000).

La storia di Gianluca, scomparso a 21 anni

“In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.
Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.



Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Lasciamo parlare don Marco:
“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplciità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri. Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.

Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato pià volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicemebre 2014 – aveva detto che era in ospadale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miacolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solmente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di belleza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Io l’ho incontrato per caso, un volto sulla copertina di un libro, e siamo diventati subito amici, ora sta sempre accanto a me, lo guardo, lo prego, lo sento vicino, compagno nel mio cammino verso il Signore. La breve vita di Gian è stata come un sorriso, dura poco ma riempie il cuore di gioia, Gian è il sorriso di Dio all’umanità afflitta, se riusciamo ad entrare in quel sorriso possiamo scoprire il segreto della felicità. Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.


Per approfondire:

Gianluca Firetti e don Marco D’Agostino - Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca - San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino - Gianluca Firetti. Santo della porta accanto - San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

CARLO ACUTIS



CARLO ACUTIS, PARLA LA MAMMA:"TUTTO IL MONDO SPERA NEI MIRACOLI DI MIO FIGLIO"



Morto a 15 anni nel 2006, era un genio dell’informatica e aveva una fede profonda. A fine novembre 2016 si è chiusa a Milano la fase diocesana del processo di beatificazione.
La madre Antonia: "Lo pregano in ogni parte del globo, vedo tanta gente toccata dalla sua vita"



Per la madre, Carlo non è "il fine ma il mezzo per arrivare a Dio e alla fede". La santità, certo, i messaggi d’affetto e di speranza che arrivano da ogni parte del globo. Ma cosa manca a mamma Antonia del suo Carlo? "Le grandi risate che mi faceva fare, la sua ironia contagiosa, era di una simpatia enorme", risponde. "Mi prendeva in giro perché sono troppo golosa. Ancora adesso mi fa fare delle risate, in maniera diversa, ma continua a farmi ridere". Tra i tanti che già pregano Carlo e lo sentono vicino ci sono anche i suoi fratelli gemelli, Michele e Francesca, 6 anni, nati dopo la morte di Carlo.

Un santo moderno, Carlo Acutis. La sua "fama di santità ha già attraversato molti confini e incontrato uomini e donne di diversi Paesi e continenti", ha detto il cardinale Scola, auspicando che "venga ammesso tra i candidati alla santità dalla Congregazione per le cause dei santi e possa diventare così un punto di riferimento molto prezioso per tutti noi, in modo particolare per i nostri giovani".



Per approfondire:

www.carloacutis.com

Nicola Gori - "Eucaristia. La mia autostrada per il cielo. Biografia di Carlo Acutis" - San Paolo Edizioni

Francesco Occhetta - "Carlo Acutis. La vita oltre il confine" - Velar-Elledici

Nicola Gori - "Carlo Acutis. Un giovane per i giovani – Volume 1. La meta" - San Paolo Edizioni

Nicola Gori - "Un genio dell'informatica in Cielo. Biografia del Servo di Dio Carlo Acutis" (libro e DVD) - Libreria Editrice Vaticana



Il 3 maggio 1991, a Londra, dove i suoi genitori, Andrea e Antonia, si trovano in quel momento per motivi di lavoro, nasce Carlo Acutis. Nel settembre dello stesso anno, rientrano tutti e tre a Milano, la loro città.

Molto presto, Carlo si rivela un bambino di straordinaria intelligenza, quindi di una geniale capacità di utilizzare i computer e i programmi informatici. È affettuoso, vuole molto bene ai suoi genitori, trascorre del tempo con i nonni. Frequenta le scuole elementari e medie presso le Suore Marcelline di Milano, poi passa al Liceo Classico Leone XIII retto dai Padri Gesuiti. Ama il mare, i viaggi, le conversazioni, fa amicizia con i domestici di casa, è aperto a tutti e a tutti rivolge saluto e parola.

Ha un temperamento solare, senza alcuna difficoltà a parlare con i nobili o con i mendicanti che incontra per strada. Nessuno è mai escluso dal suo cuore davvero buono.


Tutto per Gesù

Tutto per Gesù Ma che cosa distingue Carlo da tanti suoi coetanei? Nel corso della sua esistenza, molto presto ha scoperto una Persona singolare: Gesù Cristo, e di Lui, crescendo, si innamora perdutamente. Fin, da piccolo, l’incontro con Gesù sconvolge la sua vita. Carlo trova in Lui l’Amico, il Maestro, il Salvatore, la Ragione stessa della sua esistenza. Senza Gesù nel suo vivere quotidiano, non si comprende nulla della sua vita, in tutto simile a quella dei suoi amici, ma che custodisce in sé questo invincibile Segreto.

Cresce in un ambiente profondamente cristiano, in cui la fede è vissuta e testimoniata con le opere, ma è lui che sceglie liberamente di seguire Gesù con grande entusiasmo. In un mondo basato sull’effimero e sulla volgarità, testimonia Gesù e il suo Vangelo, che i più hanno smarrito o dimenticato, che molti combattono. Non ha paura di presentarsi come un’eccezione al mondo (ebbene, lo sia!) e di andare contro-corrente, contro la mentalità imperante oggi.

Sa che per seguire Gesù, occorrono una grande umiltà e un gran sacrificio. I suoi modelli sono i Pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco Marto, S. Domenico Savio e S. Luigi Gonzaga, e poi S. Tarcisio martire per l’Eucaristia. Carlo, con continua coerenza e non in modo passeggero, si inserisce in questo stuolo di piccoli che con la loro esistenza narrano la gloria di Gesù. Si impegna fino al sacrificio per vivere continuamente nell’amicizia e nella grazia con Gesù. Trova, assai presto per la sua vita, due colonne fondamentali: l’Eucaristia e la Madonna.


L’Ostia lo trasforma

La sua vita è interamente eucaristica: non solo ama e adora profondamente il Corpo e il Sangue di Gesù, ma ne accoglie in sé l’aspetto oblativo e sacrificale. Già innanzi la sua 1a Comunione, ricevuta a soli 7 anni nel monastero delle Romite di S. Ambrogio ad Nemus, di Perego, poi sempre di più, alimenta una grande devozione al SS. Sacramento dell’altare, in cui sa e crede che Gesù è realmente presente accanto alle sue creature, come Dio e l’Amico più grande che esista. Partecipa alla Messa e alla Comunione – incredibile, ma vero anche per un ragazzo d’oggi – tutti i giorni. Dedica molto tempo alla preghiera silenziosa di adorazione davanti al Tabernacolo, dove sembra rapito dall’amore. Proprio così: dal Mistero eucaristico, impara a comprendere l’infinito amore di Gesù per ogni uomo.

Tutto questo è una continua "scuola" di dedizione così che non gli basta essere onesto e buono, ma sente che deve donarsi a Dio e servire i fratelli: tendere alla santità, essere santo! Nasce di lì, il suo zelo per la salvezza delle anime. Non si limita a pregare, ciò che è già grande cosa, ma parla spesso di Gesù, della Madonna, dei Novissimi (=le ultime cose: morte, giudizio di Dio, inferno, paradiso) e del rischio di potersi perdere con il peccato mortale nella dannazione eterna.

Carlo cerca di aiutare soprattutto coloro che vivono lontani da Gesù immersi nell’indifferenza per Lui e nel peccato. Spesso si offre, prega e ripara i peccati e le offese compiute contro l’Amore divino, contro il Cuore di Gesù, che sente vivo e palpitante nell’Ostia consacrata. Come S. Margherita Maria Alacoque, anche lui alimenta dentro di sé il desiderio di condurre le anime al Cuore di Gesù, nel quale confida e si abbandona ogni giorno. In particolare, si comunica tutti i primi venerdì del mese per riparare i peccati e meritarsi il Paradiso, secondo la "grande promessa" di Gesù, nel 1675, a S. Margherita Maria. Tra i suoi scritti, le sue "note d’anima", forse l’affermazione più bella è proprio questa: "L’Eucaristia? E’ la mia autostrada per il Cielo!".

Questa sua assidua e quotidiana abitudine di accostarsi all’Eucaristia, vivifica e rinnova il suo ardore verso Gesù e fa di lui un suo intimo amico, come confermano i sacerdoti che lo hanno conosciuto da vicino e anche i suoi compagni. Gesù gli fa bruciare le tappe nel suo cammino di ascesa.

Ora ne conosciamo il perché: la sua esistenza sarebbe stata breve e la via della perfezione doveva essere percorsa da lui in poco tempo. Carlo non si sottrae e non si tira indietro e, pur sapendo di essere così diverso dalla società che lo circonda, sa anche che la santità è in realtà la norma della vita: si lascia condurre per mano, sicuro che Gesù ha scelto per lui "la parte migliore", che non gli verrà tolta. Prova dentro di sé la certezza di essere amato da Dio e tanto gli basta per essere a sua volta apostolo della Verità e dell’amore, che è Gesù stesso.

Annunciatore di Gesù

Carlo è apprezzato e stimato dai suoi compagni di scuola, che lui aiuta sempre, anche se talvolta viene canzonato per la sua fede vivissima. Non è mai un alieno, ma è solo consapevole di aver incontrato Gesù e, per essergli fedele, è pronto anche a sfidare la maggioranza, "che ha solo ragione quando è nella Verità, mai perché è maggioranza". Quindi non teme le critiche e le derisioni, ma sa che sono ineluttabili per conquistare alla causa di Gesù compagni e amici. Sì, Carlo intende conquistare anime e ci sono dei non-cristiani, uomini di altre religioni, che per averlo conosciuto e parlato con lui, hanno chiesto il Battesimo nella Chiesa Cattolica.

E’ un genio del computer, nonostante i suoi pochi anni, è un campione dello spirito, per la sua fede salda e operosa. I suoi compagni lo cercano per farsi insegnare a usare al meglio il computer, e Carlo, mentre spiega programmi e comandi, dirige il discorso verso le Verità eterne, verso Dio. Mobilitato e posseduto da Gesù Eucaristico, non perde occasione per evangelizzare e catechizzare. Il suo esempio trascina, la sua parola suadente spiega i Misteri della salvezza. Emana un fascino singolare, ha un ascendente straordinario, diremmo, un’autorevolezza che non è della sua età anagrafica. I suoi compagni sono ora concordi nel dire che Carlo è stato un vero testimone di Gesù e annunciatore del suo Vangelo.

Ha capito che è indispensabile un grande sforzo missionario per annunciare il Vangelo a tutti. Apprezza l’intuizione del Beato Giacomo Alberione (1884-+1971) a usare i mass-media a servizio del Vangelo. Il suo obiettivo è quello dei missionari più veri: giungere a quante più persone possibili per far loro conoscere la bellezza e la gioia dell’amicizia con Gesù.

In questa visione della realtà, prende come modello S. Paolo, l’apostolo delle genti, che impegna tutto se stesso per portare il Vangelo a ogni creatura, fino al sacrificio della vita.
E’ un vero figlio della Chiesa, Carlo Acutis: per la Chiesa, prega e offre sacrifici. Il suo pensiero continuo è rivolto al Papa, nel quale, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI che sia, crede e vede il Vicario di Cristo: per il Papa offre penitenze e preghiere. Si appassiona a ascoltare il Magistero del Papa e a seguirlo. Matura così una conoscenza della Fede, fuori dal comune, tanto più se si considera la sua età: comprende e illustra concetti di fede con parole semplici e comprensibili, che neppure un teologo potrebbe utilizzare meglio.

Meraviglia e incanta sia il suo parroco sia i religiosi e le persone che incontra e lo ascoltano. Chi lo avvicina, se ne va con una certezza di fondo: che Gesù è davvero l’unico Salvatore atteso dall’umanità anche oggi e il solo che sa riempire a pieno il cuore dell’uomo.

Consacrato alla Madonna

L’altra colonna fondamentale su cui Carlo costruisce la sua vita è la Madonna: a Lei consacra più volte tutta la sua vita; a Lei ricorre nei momenti della necessità, certo che Maria SS.ma nulla rifiuta. E’ impossibile parlare di Carlo, senza considerare la sua forte devozione alla Madonna. E’ affascinato dalle sue apparizioni a Lourdes e a Fatima e ne vive il messaggio di conversione, penitenza e preghiera. Da Fatima, impara a amare il Cuore Immacolato di Maria, a pregare e a offrire sacrifici per riparare le offese che molti le arrecano.

Maria SS.ma è la sua Avvocata, la sua Mamma: è fedele, per amor suo, alla recita quotidiana del Rosario, diffonde la devozione mariana tra i conoscenti, visita i suoi santuari, Lourdes e Fatima compresi. Tra i "suoi" santi, predilige S. Bernardette Sobirous e i Beati Pastorelli di Fatima e parla di loro assai volentieri, per invitare molti a vivere i messaggi della Madonna. È impressionato dal racconto della visione dell’inferno, come riferito da suor Lucia di Fatima, e pertanto decide di aiutare più persone che può a salvarsi l’anima. Sembra impossibile per un ragazzo, eppure Carlo legge il Trattato del Purgatorio di S. Caterina Fieschi da Genova (1447-1510), in cui la santa descrive le pene delle anime in Puragatorio. Carlo offre preghiere, penitenze e Comunioni in loro suffragio.

In un mondo chiuso alla grande Verità della fede, Carlo scuote le coscienze e invita a guardare spesso all’"Aldilà", che non tramonta. In famiglia, nella scuola, in mezzo alla società, diventa testimone dell’Eternità. Vive puro come un angelo, affidando la sua purezza alla Madonna e chiedendo preghiere per la sua purezza alle monache di clausura che frequenta, interessatissimo alla loro vita di preghiera. Difende la santità della famiglia contro il divorzio, e la sacralità della vita contro aborto e eutanasia, nei dibattiti in cui si trova coinvolto.

Non conosce compromessi. E’ umile e ardente. Contagioso nella fede, come un fuoco che si appicca dovunque e incendia di Verità e di amore a Cristo.

Don Aldo Mei


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Don Aldo Mei
Don Aldo Mei
(Ruota, 3 marzo 1912 - Lucca, 4 agosto 1944)

Tomba di Don Aldo Mei
L'arcivescovo Italo Castellani alla tomba di don Aldo Mei a Fiano
in occasione della visita pastorale del 7 aprile 2011

Introduzione

Cap. 1: Chi era Don Aldo Mei

Cap. 2: La vita parrocchiale a Fiano al tempo di Don Aldo

Cap. 3: La vita spirituale di Don Aldo, la fede totale e radicale in Gesù Cristo

Cap. 4: Alla scoperta di testimonianze su Don Aldo, il racconto di Marco Mei

Cap. 5: La testimonianza su Don Aldo di Don Carlo Pieretti

Cap. 6: Suor Alda ricorda Don Aldo

Cap. 7: Il racconto su Don Aldo di fratel Arturo Paoli

Cap. 8: Fiano e Loppeglia ricordano Don Aldo

Cap. 9: Conclusione degli “autori”.

Note



Introduzione (Ilaria Donati)



Perché questo lavoro su Don Aldo Mei?

Alla fine dell'anno catechistico 2007 - 2008, Elisa, Michele e Veronica mi proposero: “Perché non facciamo una ricerca su Don Aldo Mei?” Immediatamente ho risposto sì perché la figura di questo sacerdote martire mi è rimasta impressa da quando, bambina, la mia nonna paterna mi ha raccontato di lui.

La sua testimonianza di discepolo di Gesù Cristo, fino a donare la sua vita, ha un valore immenso prima di tutto per coloro che, abitando qui, nella sua terra d’adozione, sono sicura desiderano approfondire il suo stile di vita e trarne ispirazione per la loro esistenza quotidiana.

Dunque, con l’assenso del Parroco di Fiano, Loppeglia e Torre, Don Vincenzo Del Sarto prima e Don Rodolfo Rossi poi, per buona parte dell’ anno catechistico 2008/2009, abbiamo concentrato i nostri sforzi sulla ricerca di testimonianze, scritte e orali, su D. Aldo: leggendo e comprendendo i documenti tratti da pubblicazioni varie che ci facessero conoscere la sua personalità, la sua grandezza di uomo e di cristiano; ricercando nei Vangeli passi significativi che potessero accostare gli atteggiamenti e i comportamenti di D. Aldo a quelli di Gesù sui quali poi riflettere; incontrando e ascoltando il racconto su di lui del pronipote Marco Mei. Il materiale raccolto, quindi, è stato ordinato per farne un breve e semplice resoconto scritto, frutto del nostro impegno a capire quanto e come un uomo, alla luce della fede in Gesù Cristo morto e risorto e con l’aiuto dello Spirito Santo, possa con coraggio e consapevolezza mettere in pratica fino in fondo il comandamento Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente ed il comandamento Amerai il prossimo tuo come te stesso, santificandosi.

Ilaria Donati, settembre 2009



Cap. 1
Chi era Don Aldo Mei


In casa di Antonio Mei, a Ruota (LU), sta per affacciarsi una nuova vita.

“Un bimbo…. – augura il babbo – perché possa essere di aiuto agli altri, Basilio e Giuseppe, nella coltivazione degli ulivi e delle viti”.

“Un bimbo…. – consente mamma Assunta – affinché l’educazione dei figli sia più uniforme”. Poi prega: “Madonna santa, se sarà un bimbo lo consacrerò a Te!”.

“Il mio Aldo – dirà poi Assunta – era assai bello. Aveva un visino delicato e pallido incorniciato da riccioli d’oro. Temevo per la sua gracilità, ma d’altra parte, ero felice giacché si dimostrava così buono e tutti me lo invidiavano!”.

Ancora la madre: “A tre anni, capitava che Aldo facesse le bizze, pur mostrandosi poi pronto a domandare perdono. A cinque anni, invece, mi chiedeva addirittura di fare insieme qualche fioretto. E quando accadeva che io gli osservassi che non avevo il tempo per accontentarlo mi rispondeva che egli ne avrebbe fatti anche per me”.

“Un giorno fu vestito da angioletto per spargere fiori davanti all’ostensorio, nella processione del Corpus Domini. Durante il percorso mi guardò e mi sorrise. In quello sguardo e in quel sorriso ci capimmo nel modo più profondo e quello che segretamente ci dicemmo non si può ripetere a parole”.

Mamma Assunta racconta ancora:

“Non ho potuto mai notare in lui una bugia o una disobbedienza.

“Lo trovavo, invece, qualche volta, in camera inginocchiato sul pavimento, assorto con gli occhi fissi all’immagine della Madonna.

“Mi commuovevo a quella vista, rimanevo confusa pensando alle mie povere preghiere…..”. (1)



La vita


  • 3 marzo 1912: nasce a Ruota, Comune di Capannori (Lucca) e lo stesso giorno riceve il Battesimo;
  • 24 giugno 1919: riceve il sacramento della Cresima;
  • 1921: riceve la Prima Comunione;
  • 1925: entra in Seminario a Lucca;
  • 1934: è ordinato Diacono;
  • 29 giugno 1935: è ordinato Presbitero;
  • 3 agosto 1935: è nominato Parroco di Fiano;
  • 14 agosto 1935: fa il suo ingresso a Fiano;
  • 2 agosto 1944: è arrestato, nel corso di un rastrellamento tedesco, subito dopo aver celebrato la Messa nella chiesa di Fiano. Rinchiuso nella “Pia Casa” di Lucca, viene processato dal comando tedesco della città con l’accusa di aver dato rifugio a un ebreo. Riconosciuto colpevole, è condannato a morte. La sera del 4 agosto 1944 è condotto a piedi, fuori dalle mura di Lucca vicino a ‘Porta Elisa’, costretto a scavarsi la fossa, ucciso con colpi di pistola. (2)


Veronica



Cap. 2
La vita parrocchiale a Fiano al tempo di Don Aldo Mei



La permanenza di D. Aldo a Fiano va dal 1935 al 1944.

Giuntovi, prende subito contatto con tutte le famiglie della parrocchia.

Convoca il Gruppo Donne di Azione Cattolica e i Giovani dell’Associazione “Pio XI”. L’Azione Cattolica (A.C.) era sorta qualche decennio prima con l’intento di formare ed educare cristianamente i suoi membri, suddivisi in vari rami: Donne, Uomini, Giovani donne, Giovanetti, Fanciulli e Fanciulle, Beniamini e Beniamine, Piccoli….

Don Aldo vuole vivacizzare l’A.C. esistente a Fiano e ampliarla, vuole darle nuovo impulso.

La vita della parrocchia di Fiano è intensa, sollecitata com’è dallo zelo e dall’impegno di Don Aldo, il quale trasmette instancabilmente ed entusiasticamente la sua passione a chiunque sia sensibile al richiamo dell’amore verso il Signore e il prossimo.

D. Aldo esorta i Giovani e le Giovani, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini a riunirsi periodicamente e a formarsi sotto la sua guida, a pregare per le diverse cause, ad accostarsi al SS. Sacramento e ad adorarlo, quindi a mettere in pratica l’insegnamento evangelico ricevuto, in ogni circostanza.

L’indefessa attività di D. Aldo, che ha come fine ultimo glorificare il Signore attraverso la manifestazione dell’amore gratuito agli altri, è tutta tesa a formare, nella parrocchia, persone autenticamente cristiane che, sull’esempio di Cristo, possano ispirare la loro vita agli ideali più alti (coraggio, fedeltà, coerenza, lealtà, generosità…) e viverli in prima persona.

E tale costante e continuo impegno del ‘pastore buono’ si rivela contagioso verso la generalità dei fianesi, specialmente i giovani e le giovani che, affidandosi alla autorevole guida di Don Mei, si lasciano travolgere dalla disponibilità di lui che ‘spende’ ogni sua giornata perché si edifichi sulla Terra il Regno di Dio Amore, si lasciano coinvolgere in tutte le iniziative prese dal loro papà spirituale.

Il lavoro di Don Aldo non conosce sosta:

- indice Giornate Missionarie, invita la comunità a pregare per l’Unità del mondo cristiano, prepara le celebrazioni della Giornata Mariana, sollecita i ragazzi a rappresentare drammi sacri; organizza la Giornata della Madre in occasione della Festa dedicata all’Annunciazione di Maria preceduta da tre giorni di preparazione che prevede anche la formazione cristiana di spose e mamme da parte del sacerdote e di una dirigente di A.C.; dà vita alla Gioventù Femminile di A.C. intitolata a Maria Immacolata, invita i membri dei vari rami di A.C. a partecipare alle gare diocesane di cultura religiosa, organizza la sezione Fanciulli di A.C. la cui formazione è affidata all’Unione Donne, invita alla costituzione della sezione Aspiranti della Gioventù Femminile affidata all’Associazione Maria Immacolata; stabilisce che siano programmate le settimane parrocchiali per i Giovani e le Giovani di A.C., sollecita alla costituzione dell’Unione Uomini, indice pellegrinaggi di ringraziamento o di penitenza;

- organizza un Asilo in parrocchia per accogliere i bambini dai tre ai sette anni: un oratorio intitolato al Sacro Cuore di Gesù, che inizierà a funzionare nel novembre del 1940; si adopera per far arrivare a Fiano il quotidiano “L’Avvenire d’Italia” e metterlo a disposizione di chiunque voglia leggerlo; crea la Biblioteca parrocchiale. (3)



Ilaria



Cap. 3
La vita spirituale di Don Aldo Mei,
la fede totale e radicale in Gesù Cristo



Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico’; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori. (Vangelo di Matteo 5,43-44)

Ma a voi che ascoltate, io dico: ‘Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono. (Vangelo di Luca 6,27-28)

Gesù vuol dire: cosa conta salutare, pregare, amare solamente le persone che ti stanno simpatiche o che ti fanno del bene; se preghi, saluti chi ti sta antipatico o ti ha fatto del male, fai una buona azione.

“Amate i vostri nemici” – dice Gesù, che vuol dire: se una persona si comporta male con noi non dobbiamo fare la stessa cosa a lei. E se vuoi che le persone ti rispettino, anche tu rispettale. Bisogna amare molto i nostri nemici e il premio sarà il Paradiso.

Amare i propri nemici: è facile amare quelli simpatici e i benefattori, ma bisogna amare anche quelli che ci fanno soffrire.

Non si ha nessun merito ad amare chi ci ama, invece se fai del bene a chi non ti considera o ti fa del male, ciò ha un valore inestimabile.

Amare chi ti vuol bene è bello, però è molto più bello amare i tuoi nemici.



Elisa, Michele, Veronica



"Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio, io che non ho voluto vivere che per l’amore". (4)

Don Aldo, come Gesù Cristo, ha saputo perdonare coloro che lo volevano uccidere. Per lui non deve essere stato facile farlo, ma si è ricordato dell’insegnamento di Gesù quando era sulla croce, quando ha perdonato i nemici.

Don Aldo, anche se delle persone lo volevano uccidere e provavano odio per lui, ha saputo perdonarle.

All’interno della Chiesa di Fiano, in alto, campeggia la scritta Io sono il Buon Pastore. Io conosco le mie pecore.

Questa frase, tratta dal Vangelo di Giovanni, cap. 10,  riferita al Signore, ci ricorda un po’ la persona di Don Aldo che, con eroismo e non a parole, è stato pastore di anime “donando la sua vita” per loro, perché voleva piacere a Dio.

Don Aldo era come il Buon Pastore, aiutava e guidava il suo gregge. Il buon pastore cammina davanti alle pecore e loro lo seguono perché conoscono la sua voce.

Don Aldo Mei è stato un buon pastore perché ha saputo ascoltare, aiutare il suo gregge nel momento del bisogno.

Don Aldo era considerato un buon pastore perché conosceva le sue pecore, le aiutava, ha “dato la sua vita” per loro.



Elisa, Michele, Veronica



Don Aldo ha messo in pratica il grande insegnamento di Gesù:

“Questo è il comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” (Gv 15, 12-13)

L’amore che Don Aldo ha dimostrato con il “dono della vita”, è frutto della Carità di cui San Paolo dice: nella prima lettera ai Corinti al cap. 8: “La carità edifica”; nella lettera ai Galati al capitolo 5: “Mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri”.

Nella prima lettera ai Corinti, al cap. 13, Paolo, l’apostolo delle genti, il persecutore dei Cristiani che si converte sulla via di Damasco perché Gesù Cristo gli appare, “proclama” un meraviglioso inno alla Carità.

San Paolo spiega che il mondo non sarebbe niente senza la carità, perché puoi essere un uomo colto, che sa tutto, un profeta e avere fede da trasportare le montagne, ma senza la carità, senza quella, tutto sarebbe senza significato. La carità non si vanta, non è invidiosa, è paziente e benigna, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse ma quello degli altri; non si adira, non tiene conto del male che riceve, non manca di giustizia e si compiace della Verità.

La Carità è il contrario della malvagità, la carità è l’amore di Dio.

La Carità è il dono di Dio più positivo perché con essa vuoi bene alle persone, le rispetti, non hai per loro invidia e soprattutto non ti vanti; se aiuti qualcuno non devi pensare alla ricompensa e devi esser sempre pronto a perdonare, a non amare l’ingiustizia, a difendere chi subisce un torto e per finire devi essere sempre sincero e vero.



Elisa, Michele, Veronica



Cap. 4
Alla scoperta di testimonianze su Don Aldo Mei,
il racconto del pronipote



Un pomeriggio bellissimo a Ruota


Il giorno 2 maggio 2009, con entusiasmo e un po’ d’emozione, alle tre del pomeriggio, siamo partiti da Fiano per recarci a Ruota  ad incontrare il pronipote e testimone di Don Aldo, Marco Mei (il nonno di lui Basilio era fratello di Aldo).

A Ruota, dove è nato e cresciuto Don Aldo e dove la sua salma è stata deposta per anni prima di essere trasportata a Fiano.

Una volta arrivati, Marco e la sua famiglia ci hanno accolto bene, con un rinfresco; ci siamo seduti e abbiamo iniziato con le domande.

A Marco abbiamo chiesto se gli sarebbe piaciuto essere stato come il suo prozio e lui ci ha risposto “Sì!” Senza esitare.

Gli abbiamo chiesto se si sarebbe sacrificato per gli altri come D. Aldo e lui ha detto di sì, con un po’ di esitazione: “…dopo tutto non è facile dare la propria vita per gli altri”.

Gli abbiamo chiesto cosa ne pensa del gesto del prozio e lui ci ha detto che ne va fiero perché è difficile che una persona normale faccia un atto del genere e al solo pensiero che D. Aldo ha compiuto questo gesto d’ amore si sente tanto orgoglioso.



Michele



Domande e risposte

Come si sente sapendo che suo prozio era esempio di Amore?

Sono orgoglioso di lui perché è difficile trovare una persona così altruista.



Le è rimasto qualche oggetto di suo prozio?

No, si trova tutto in un museo; ho solo il suo sangue e la pallottola che lo uccise.



Seguirebbe l’esempio di suo prozio?

Bisognerebbe essere preti, ma quel che posso lo faccio.



Ha mai conosciuto l’ebreo che suo prozio ha salvato?

No, non ho mai conosciuto purtroppo quell’ebreo.



Lei era presente quando i resti di Don Aldo sono stati portati a Fiano?

Sì, c’ero.



Le piacerebbe tornare indietro nel tempo e incontrare suo prozio?

Sì, mi piacerebbe molto.



Le hanno mai chiesto di raccontare di suo prozio?

No, dal 1987 non mi fanno più domande.



Ha conosciuto i fratelli di Don Aldo? Se sì, le hanno mai raccontato qualcosa di lui?

Sì, certo, il mio nonno e i miei prozii. Loro erano cinque fratelli: Basilio, Beppe, Aldo, Americo, Natalino. Mio nonno Basilio non desiderava parlare di Aldo, forse perché ciò lo addolorava.



Le piacerebbe che fosse dedicato un museo a suo prozio?

Sì, mi piace tutto quello che gli dedicano. Se lo merita.



Come si sente a sapere che suo prozio è un Santo?

E’ una bella cosa. Ma a lui non piacerebbe essere onorato perché voleva essere semplice.



Le piacerebbe avere lo stesso coraggio e la stessa fede di suo prozio?

Sì, anche se è dura.



Cosa pensa di Don Aldo parroco e del suo grande impegno per diffondere il Vangelo e avvicinare tutti a Dio?

A lui piaceva riunire i paesani ed era per loro una guida: il prete a quei giorni era come il sindaco. Si impegnava molto nell’andare a cercare i più lontani dalla Chiesa.



Se fosse stato nella situazione di D. Aldo sarebbe stato capace di perdonare i nemici?

Non lo so, lui li ha perdonati sapendo a cosa andava incontro.

Marco aggiunge:

Trent’anni fa, quando lo zio Natalino era vivo e abitava nella casa dove D. Aldo era nato e “riposò” fino al 1987, era un via vai continuo di persone in cerca di informazioni e in visita alla tomba di D. Aldo. Morto Don Natalino e portate le spoglie di D. Aldo a Fiano, quel via vai è finito.

Dopo tanti anni, voi siete i primi a volermi incontrare per avere notizie sul prozio.



Elisa, Michele, Veronica



Anche Linda, figlia di Marco, coetanea di Elisa, Michele e Veronica, presente e molto attenta durante l’intervista al papà il 2 maggio scorso, attaccata affettivamente alla figura dell’esemplare predecessore, ha voluto parlarci di lui.

Conosciuto solo attraverso libri e testimonianze avute in famiglia, mi sento orgogliosa di essere legata ad una persona che ha fatto della sua vita una missione di carità e di perdono.

Di carità perché nella sua vita ha aiutato sempre il prossimo senza fare distinzioni e senza mai tirarsi indietro.

Di perdono perché, anche davanti alla sentenza di morte, è riuscito a perdonare quelli che stavano per ucciderlo e a chiedere per loro il grande perdono di Dio.

E’ stato ucciso solo per aver amato come gli era stato possibile e per aver fatto il proprio dovere di prete.

Sono felice che, a distanza di tanti anni, venga ancora ricordato con strade, piazze e scuole a lui dedicate; sono felice della bella iniziativa avuta da alcuni miei coetanei, insieme alla loro insegnante di catechismo, di voler approfondire l’argomento sulla vita di Don Aldo Mei e  volergli dedicare un loro lavoro.



Cap. 5
La testimonianza su D. Aldo di Don Carlo Pieretti



Don Carlo Pieretti, parroco di Vorno nel Comune di Capannori, nato a Loppeglia nel 1927, ha conosciuto Don Aldo quando era bambino e frequentava la Scuola Elementare. Lì D. Aldo si recava settimanalmente ad insegnare Catechismo.



Don Carlo mi racconta che quel grande sacerdote ha avuto per lui un’importanza enorme, è stato l’ispiratore della sua vocazione: lo hanno colpito la generosità, la coerenza, la radicalità, la carità, il coraggio di lui, che ha considerato come un esempio illuminante da seguire.



L’ho conosciuto quando veniva a fare Catechismo a scuola. Dell’ultima lezione - riguardante il sacerdozio - a cui ho partecipato non mi dimenticherò mai. Lui disse:- Chissà se ci sarà qualcuno tra voi che sarà sacerdote… Mi guardai intorno e pensai: “Chi potrà essere: lui, l’altro, io non di certo!”.

Successivamente, scoperta la mia vocazione sacerdotale, prima di entrare in Seminario ho avuto occasione di istaurare un rapporto stretto con D. Aldo: andavo da lui ogni settimana per la confessione e lo trovavo in Chiesa, pronto a rendersi disponibile nei confronti di chiunque avesse bisogno di una parola, di un conforto spirituale; dopo l’8 Settembre 1943 – mi trovavo a casa a Loppeglia -, l’ho frequentato quasi ogni giorno per partecipare alla S. Messa o per aiutarlo. Ad esempio, la sera prima del suo arresto ero da lui per finire di compilare l’elenco delle famiglie di Fiano e Loppeglia che, per un ordine venuto dall’alto - grazie a Dio poi non eseguito -, avrebbero dovuto sfollare a Sassuolo in provincia di Modena.

Conoscendolo, fui molto colpito da Don Aldo.

Mi colpì il suo spirito di preghiera intensa, il suo continuo stare in raccoglimento a contatto col Signore: quando portava la Comunione agli ammalati lo accompagnavo e durante il percorso pregavo e riflettevo con lui sulla Parola.

Riscontrai, poi, in lui uno spiccato senso del servizio, della carità, manifestato, tra l’altro, nell’aver accolto il giovane ebreo, della cui presenza, pur frequentando assiduamente D. Aldo, io non mi sono mai accorto.

Era disponibile con tutti, senza fare distinzione alcuna, anche con i partigiani che cercava di formare cristianamente e assisteva spiritualmente.

Notai, stando in sua compagnia, anche la sua tendenza alla mortificazione e alla rinuncia. Un giorno mi invitò a pranzo e Agnese, la perpetua, gli aveva preparato gli gnocchi che a lui piacevano tanto: ne mangiò solo un paio. Quando fu raccolto sotto le mura di Lucca, dopo esser stato giustiziato, gli fu trovato addosso il cilicio.



La mattina dell’arresto di D. Aldo mi stavo preparando per andare a Messa da lui come facevo ogni giorno. Mia madre, che era stata a Fiano a raccogliere i lupini, mi disse di stare chiuso in casa perché c’erano in giro i tedeschi. Potei vedere, poi, dalla finestra, il gruppo dei rastrellati, tra cui D. Aldo, camminare verso Piè di Scesa. Poco tempo prima lui mi aveva detto, come se avesse avuto un presentimento:- Se i tedeschi mi portano via da Fiano, qui non torno più.



Ilaria



Cap. 6
Suor Alda ricorda Don Aldo



Suor Alda, al secolo Ida Migliori, è nata a Fiano 84 anni fa. A sedici anni è entrata nell’ordine religioso delle Suore “Barbantine” di Lucca, presso la cui casa madre – In V. Elisa – tuttora si trova in buona salute e in serenità.



Il 29/09/09 sono andata a farle visita, anche per ascoltare la sua testimonianza su D. Aldo, il sacerdote “buono” che le ha trasmesso, con l’esempio, l’amore per il Signore e ha suscitato in lei l’esigenza di dedicarGli tutta la sua vita.



Suor Alda ha conosciuto Don Aldo Mei quando era una bambinetta. Lei viveva a Fiano con i genitori e due fratelli.



Don Aldo veniva spesso a trovarci e talvolta restava a cena da noi per parlarci del Signore, cosa che faceva con tutte le altre famiglie del paese.

Dopo neanche un mese dalla sua venuta a Fiano – prosegue – il paese non si riconosceva più. Prima di lui la gente andava a Messa la domenica quando sì e quando no, dopo la Chiesa era piena perché Don Aldo, con la sua bontà, attirava tutti.



Le chiedo di parlarmi della sua vocazione religiosa.



A quasi sedici anni sono entrata in convento a Lucca presso le suore “Barbantine”, suore degli infermi, ultima tra tante giovani fianesi che, scoperta la vocazione religiosa grazie a D. Aldo, hanno scelto di dedicare la loro vita al Signore. La mia mamma diceva: “Come farai a stare in convento, tu che sei di bocca buona?” Ma io – continua Suor Alda – ero decisa a intraprendere quella strada.

Com’è nata la tua vocazione?

Ogni sera noi giovanette andavamo all’adunanza in canonica e una volta la settimana partecipavamo alla Giornata della Giovane; durante questi incontri Don Aldo ci parlava di tutto quello che riguarda il Signore.

La vocazione è nata in me perché ho conosciuto la bontà di Don Aldo. Lui sapeva fare ad avvicinare le persone: bambini, anziani, giovani, coloro che non frequentavano la Chiesa, con i quali era particolarmente disponibile. Questa bontà, che lo faceva amico di tutti, derivava dal fatto – dice S. Alda – che “ lavorava molto spiritualmente”, infatti, se lo volevi, lo trovavi sempre davanti al Santissimo.



E’ passato per Via Elisa, Don Aldo, con la pala sulle spalle e le braccia incrociate sul petto…… questo mi ha detto S. Alda, commossa, prima che ci lasciassimo.



Ilaria



Cap. 7
Il racconto su Don Aldo di fratel Arturo Paoli



L’incontro con Arturo Paoli



Un mese fa, io e i miei amici di catechismo, assieme a Ilaria e ad una nostra amica di Lucca, Beatrice, siamo andati a trovare don Arturo Paoli, un prete che da giovane, durante la seconda guerra mondiale, aiutava gli ebrei con un metodo ingegnoso escogitato da lui e un signore ebreo che faceva continui viaggi tra Genova e Lucca. Prendevano le banconote e le dividevano in due, di modo che su ognuna delle parti c’era un codice; ne facevano due mazzetti, uno per uno. L’ebreo distribuiva le mezze banconote agli ebrei bisognosi d’aiuto che si sarebbero rivolti a don Arturo. Lui chiedeva loro la metà della banconota per controllare che combinasse con una delle sue e così, se c’era corrispondenza, lo ospitava e gli dava da mangiare.

Sicuramente, se D. Arturo fosse stato al posto di don Aldo, avrebbe fatto lo stesso sacrificio per gli altri.



Michele, settembre 2009



Fratel Arturo Paoli è nato nello stesso anno di D. Aldo (1912).

Ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia ed ha insegnato nelle scuole superiori.

E’ entrato in Seminario a Lucca per studiare tre anni Teologia.

Nel 1940 è ordinato presbitero.

Divenuto sacerdote, l’Arcivescovo di Lucca lo ha destinato, insieme ad altri tre giovani preti (5), a dedicarsi all’accoglienza dei perseguitati (ebrei, antifascisti, disertori…….).

I preti di Lucca, i religiosi e le religiose, si erano messi a disposizione dell’Arcivescovo Torrini per proteggere chi era in difficoltà. Tutti noi correvamo il rischio di essere condannati a morte. Io sono vivo per miracolo.

Le due ali del Seminario – racconta Arturo – erano occupate da ragazzi di campagna che studiavano in città e, per l’impossibilità di far ritorno a casa ogni sera, dormivano lì. Gli abitanti di Lucca sapevano della loro presenza. In realtà, una delle due ali, durante la seconda guerra mondiale, ospitò gente perseguitata.

Noi “Oblati del Volto Santo” eravamo in collegamento con un ebreo, G.N. Egli, che viaggiava sempre tra Genova e Lucca, ci aveva suggerito un metodo infallibile per non cadere in trappola quando accoglievamo persone da collocare in luogo sicuro.



L’intervista a fratel Arturo Paoli



Don Aldo le ha insegnato cose fondamentali per la vita?

Sì, mi ha insegnato ad amare il prossimo fino al martirio. Il martire è quello che manifesta la libertà di offrire la vita per amore, proprio come ha fatto Don Aldo. In questo c’è stato un segno di predilezione di Dio per lui.



Le è rimasta impressa una frase significativa di Don Aldo?

“Bisogna essere pronti a morire per i nostri fratelli”.



Avrebbe seguito l’esempio di Don Aldo (donare la vita)?

Certo, a quei tempi non c’era altro da fare.



Ha conosciuto qualche parente di Don Aldo?

Il fratello Don Natalino che ha contribuito, insieme ad altri, a dar vita al “Villaggio del fanciullo” a Lucca.



Le hanno chiesto più volte di raccontare quello che sa su Don Aldo?

Al mio ritorno a Lucca, un po’ di anni fa, mi è capitato spesso di ricevere gruppi di ragazzi come voi che volevano sapere quello che ricordavo di D. Aldo; ora non più.



Don Aldo veniva a trovarla a Lucca?

Era molto unito a noi preti che ci occupavamo di accogliere i perseguitati. Spesso veniva a trovarci in Via del Giardino Botanico per chiedere consigli e suggerimenti.



Come se lo ricorda Don Aldo?

Aveva l’aria di non essere pieno di salute, sembrava fragile: parlava lentamente, non alzava la voce, pareva quasi timoroso; in realtà possedeva una grande forza spirituale.



Elisa, Michele, Veronica



Cap. 8
Fiano e Loppeglia ricordano Don Aldo



Dopo aver intervistato il pronipote di D. Aldo, Don Carlo Pieretti, Suor Alda, fratel Arturo Paoli, abbiamo pensato che non potevamo tralasciare di raccogliere le testimonianze di coloro che, nati e cresciuti a Fiano e Loppeglia, hanno conosciuto Don Aldo Mei direttamente.



Il 10/10/09 ci siamo recati a casa di Salvatore Gemignani di Fiano, da cui abbiamo ascoltato il racconto su D. Aldo e le risposte alle nostre domande.



Quando ha conosciuto Don Aldo Mei?

Ho conosciuto D. Aldo a dieci anni perché facevo il chierichetto.

Prima di andare a scuola, ogni mattina, noi chierichetti si andava alla Messa.

Mi ricordo nitidamente di quando per due volte, entrando in Chiesa, l'ho trovato prostrato, disteso sui gradini di fronte all’altare maggiore.

Era un prete severo, molto rigido,molto dedito alla sua missione, ora si potrebbe dire esagerato.

Secondo me era un bravo prete e un buon oratore. Le sue prediche, durante la Messa, erano lunghe, ma la gente lo ascoltava, aveva quasi il potere di attirarla. Don Aldo, come Vicario di zona – formata allora dalle comunità di Fiano, Loppeglia, Torcigliano, S. Martino e Monsagrati -, si recava, in certi periodi dell’anno liturgico, a “fare missioni”, a predicare nelle parrocchie vicine .



Don Aldo, le ha fatto catechismo?

No, sorvegliava soltanto. Lasciava che catechiste molto brave se ne occupassero.



Come mai D. Aldo, nelle fotografie, appare triste?

Era così, era difficile trovarlo sorridente, al contrario del fratello Don Natalino, che appariva aperto e socievole.



Le hanno raccontato qualcosa di particolare di D. Aldo?

Dedito alla sua missione di prete, partiva di notte per raggiungere i partigiani sui monti e assisterli spiritualmente.



Se D. Aldo fosse vissuto sarebbe stato un prete importante, così come lo è oggi per aver testimoniato il Vangelo fino al dono della vita?

E’ difficile dirlo, sono cambiati i tempi: non sarebbe facile, ora, accettare il suo rigore.



Il 17/10/09 siamo andati a trovare Vasco Manfredi e Idilio Ridolfi di Loppeglia per ascoltare quanto di D. Aldo si ricordano.



Mi trovavo sopra “Batoni”, alla Villa Pinciana – racconta Vasco -, ed ho visto quando di mattina i tedeschi portarono via Don Aldo Mei, il prete di Loppeglia, gente di Fiano e Loppeglia.

Da lassù, con il cannocchiale, ho visto tutte le persone rastrellate riunite nel cortile a Loppeglia e poi quando, a piedi, il gruppo, con i due preti in testa, si è incamminato verso “Piè di Scesa”.



Come era Don Aldo?

Ero un giovanotto allora; non ho molti ricordi di lui, qualche volta ci parlavo: era chiuso, riservato, non era tanto alla mano. A Loppeglia veniva poco, ad esempio nel periodo di Pasqua a confessare. In quel tempo, di solito, ogni prete stava nella propria parrocchia.



Don Aldo era molto votato alla sua missione – ci riferisce Idilio – era nato per fare il prete. Si dice che portasse una cintura, forse un cilicio, con cui autopunirsi.

L’ho conosciuto non come amico, ma come prete. Dato che ho frequentato tutte le classi delle elementari a Fiano, lo ricordo come insegnante di Religione. Quando veniva a scuola non si intratteneva tanto con i ragazzi, non era molto aperto con noi.

A Loppeglia non veniva spesso, solo in tempo di Pasqua a confessare o qualche altra volta quando i preti del vicariato si riunivano.

Era un prete bravissimo, dritto, rispettava tutti. Come prete era perfetto: faceva di tutto per riunire la popolazione, le sue pecorelle; la sua missione era quella di portare tutti al Signore, compresi coloro che frequentavano poco la chiesa e non andavano a Messa.



Il 24/10/2009 abbiamo raccolto la testimonianza su Don Aldo di Elia Di Giovanni di Fiano.



Quando hai conosciuto D. Aldo?

L’ho conosciuto quando avevo circa sedici anni.



Come lo ricordi?

Era un sacerdote da levarsi tanto di cappello; a Fiano ci sono stati vari sacerdoti, ma come lui nessuno. Una volta don Poli, parroco di San Martino, mi chiese se avevo conosciuto un altro prete come D. Aldo e io, decisa, risposi: “No!” Don Aldo non mi è mai uscito dalla mente.

Era alto, magro, un po’ curvo.

Non era espansivo, stava con gli occhi bassi; con i ragazzi era cordiale e tranquillo.



Che rapporti avevi con lui?

Lo incontravo quando andavo a Messa e, quando era possibile, partecipavo all’adunanza dell’Azione Cattolica. Una volta, all’adunanza, gli fu chiesto: “Ma i santi avevano difetti?” E lui: “Solo Dio è in perfetta santità”.



Hai qualche ricordo significativo su di lui?

Per sentito dire, una volta il vescovo gli chiese: “Vuoi andare in un’altra parrocchia?” Don Aldo rispose: “Se è per obbedienza parto anche stasera, ma la mia volontà è rimanere qui dove sono le anime che mi ha affidato il Signore”.

Ricordo poi quando mandava i bambini a cercare le castagne per venderle e con il ricavato contribuire a costruire una edicola sacra in “Pianello” dove collocare una statua di marmo della Madonnina regalata al paese di Fiano da uno scultore di Viareggio.

Mi è stato detto che la mattina dell’arresto, mentre si trovava a Loppeglia e stava per incamminarsi verso “Piè di Scesa”, dopo aver benedetto la gente che gli stava intorno, ha pronunciato queste parole: “Non so quando, ma ritornerò”. E’ tornato nel 1987, quando le sue spoglie sono state portate da Ruota a Fiano.



class="indent"Ti viene in mente qualche episodio particolare su D. Aldo a cui hai assistito personalmente?

Durante l’ora santa del venerdì, in chiesa, non molto tempo prima che lo arrestassero, l’ho sentito parlare col Signore, in ginocchio davanti all’altar maggiore: “Presto ci sarà un altro Venerdì Santo, chi sarà la vittima?”



Chi era per te D. Aldo?

Era un prete diverso da tutti gli altri: era tenace, voleva che ascoltassimo e mettessimo in pratica gli insegnamenti di Gesù.



La testimonianza che abbiamo ascoltato e raccolto il 14/11/2009 è quella di Vincenzina Perfetti, originaria di Fiano, trasferitasi a Valdottavo dopo il matrimonio.



Da lui ho ricevuto un insegnamento grosso – inizia così il suo racconto -: bisogna stare vicino al prete, soprattutto ad un prete come D. Aldo, che aveva un parlare sincero, limpido, chiaro, fluido, accessibile a tutti, data la nostra ‘ignoranza’.

Era una persona speciale. La sua bontà non aveva limiti; la parola che più ricorreva nei suoi discorsi era amore, per noi stessi come figli di Dio, e per il prossimo. Ci invitava e stimolava ad avere cura del corpo: il nostro corpo è sempre bello perché creato da Dio.

Era riservato, ma ti ispirava qualcosa di sublime. Quando lo vedevi ti chiedevi: “Chi ho di fronte?” “Una persona unica e particolare, pronta al sorriso ma anche al richiamo severo”.

Fisicamente non era perfetto, un polmone non gli funzionava, ma, nonostante ciò, aveva una forza interiore che gli permetteva di andare ogni notte, a mezzanotte, al cimitero facendosi un po’ di lume con un tizzone del fuoco. Non solo, ma si mortificava in continuazione portando in vita il cilicio (una specie di corda intrecciata che aveva delle spine); tutto questo non gli bastava: si mortificava nel mangiare e nelle cose superflue. La perpetua gli domandava all’ora di pranzo: “Cosa mangeremo oggi?” E lui: “Hai poca fede, aspetta il suono del campanone e vedrai che Dio provvede”.

La sua Messa era veramente vissuta: bisognava parteciparvi in modo da essere composti e decentemente vestiti: chi non lo faceva veniva redarguito pubblicamente. Saliva sul pulpito quando faceva la predica: ci spiegava i fatti salienti della Bibbia, gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Gesù espresso in una maniera viva.

La mia famiglia, religiosa e rispettosa, era contadina di D. Aldo Mei. Io andavo alle pecore nelle piane adiacenti alla Canonica, potevo parlare con la perpetua e anche con D. Aldo, il quale, quando mi vedeva, prima mi ascoltava cantare e poi mi diceva: “Brava Vincenzina, il cristiano deve essere sempre contento e sorridente, così da dar gioia a chi gli sta vicino”.

Era molto dinamico, specie con i giovani; ci portava a Passo Lucese, al Monte Procinto, alle Capannacce: aveva con sé il binocolo e ci faceva vedere il mare.

Ci incitava continuamente a leggere i libri dei Santi e anche quelli informativi: aveva messo su una biblioteca; non solo: tutti noi avevamo uno spazio in canonica dove ritrovarci e stare insieme sotto il suo occhio vigile, dopo aver assistito, la Domenica, al Vespro pomeridiano.

Quando l’hanno portato via, tutta la gente di Fiano che lo seguiva si è fermata alla ‘Portaccia’, in fondo al paese: lui ci ha benedetto dicendo di star tranquilli, poiché nessuno di noi sarebbe morto in quella guerra; ci ha esortato a comportarci sempre secondo la volontà di Dio, come ci aveva insegnato: “Arriverete così nella dimora che Dio ha preparato per tutti voi”.

Don Aldo è più che un santo perché quello che veramente conta nella vita me lo ha insegnato lui, che ha voluto a tutti i suoi parrocchiani indistintamente bene.



Elisa, Michele, Veronica



Il giorno 28/11/09, durante l’ora di Catechismo, abbiamo ricevuto la visita di Marina Ridolfi di Fiano che ci ha fornito notizie dirette su D. Aldo, dato che lei lo ha conosciuto e frequentato fin da quando fece il suo ingresso in parrocchia.



Quando l’ho conosciuto avevo circa dieci anni – racconta -. Aveva una vita tutta spirituale. Si trovò nel periodo della guerra. Lui faceva il prete, portava la Comunione a tutti, anche ai partigiani. Era sempre presente, notte e giorno. Seguiva molto la direzione spirituale, specie dei giovani. Il suo chiodo fisso era portare le anime al Signore, affinché avessero una vita di grazia, amassero Dio e il prossimo.

Era un figura magra, con gli occhi che brillavano quando parlava di Gesù: in quei momenti si trasformava.

Era molto dedito alla preghiera: un giorno sono andata in Chiesa e lo vidi in piedi davanti al Santissimo con le braccia aperte e distese; è rimasto così, in quella posizione a lungo.

Figura stupenda, si raccomandava sempre di pregare per la santificazione dei sacerdoti.

Chi non lo conosceva, al primo impatto, lo poteva reputare molto riservato, ma quando andavi a parlare da lui dimostrava la sua grande bontà. Meri, una giovane dell’Azione Cattolica, fondatrice insieme a D. Aldo dell’asilo infantile di Fiano intitolato al Sacro Cuore, tuttora in vita, dice che un colloquio con lui infondeva tanto amore verso il Signore che saresti stata pronta anche a morire.



Elisa, Michele, Veronica, Matteo Bandoni



Cap. 9
Conclusione. Riflessione degli “autori”



Ciao, io sono Elisa Rugani, ho 13 anni e vivo a Loppeglia.

Quest’anno, per prepararci alla Cresima, abbiamo deciso di lavorare sulla persona considerata tuttora la più speciale di Fiano: Don Aldo Mei. Studiandolo e cercando testimonianze scritte e dirette su di lui, abbiamo capito quanto è stato importante ciò che ha fatto durante la sua esistenza: ha contribuito alla crescita delle vocazioni, aiutato persone povere, quelle lontane dalla Chiesa, creato associazioni. La nostra catechista ci ha molto appoggiato in questo lavoro, ci ha aiutato nel ricercare testimonianze scritte ed orali su D. Aldo, nel provare ad accostare lo stile di vita di lui a quello di Gesù Cristo prendendo spunto dai Vangeli e da altri brani del Nuovo Testamento. Ora che siamo quasi alla fine del lavoro, posso dire che mi è rimasta a galla un’immagine di D. Aldo: quella del Buon Pastore.



Elisa



Ciao, sono Michele Poli e sono nato nel 1996, vivo a Fiano.

E’ da due anni che facciamo catechismo con Ilaria. Di lei mi piace molto quando ci porta fuori - così io “mi posso arrampicare!” -, per esempio quando siamo stati a Ruota a fare un’intervista al pronipote di Don Aldo Mei, quando prima di Pasqua siamo andati a trovare gli anziani della comunità parrocchiale o quando abbiamo partecipato alla proiezione del filmato sulla Terra Santa nella chiesa di Loppeglia.

Quest’anno abbiamo fatto questo lavoro su D. Aldo per preservare il ricordo di quel grande sacerdote.

Michele



Ciao a tutti, mi chiamo Veronica Angeloni, vivo a Fiano e ho 13 anni. Insieme alla mia catechista Ilaria, che è molto brava, a Michele ed Elisa, mi sto preparando per la Confermazione e quest’anno, come programma, abbiamo studiato la figura di un parroco che è stato molto importante per il nostro paese: lui possedeva una fede grande, aveva una carica di coraggio infinita, amore per il prossimo; lui è stato un vero e proprio esempio di Testimone di Cristo, insomma una vera forza della natura. Questo parroco si chiamava Don Aldo Mei e mi è piaciuto molto studiare una figura così speciale.

Veronica



Note



(1) Le testimonianze della madre sono state tratte da: Fausto Rossi, “L’amore non muore”.

Torna al capitolo 1

(2) Notizie tratte da: Don Aldo Mei, “Testimone sempre”.

Torna al capitolo 2

(3) Le informazioni su riportate sono state ricavate da: Don Aldo Mei, “Appunti di Cronistoria-Parrocchia di S. Pietro Apostolo, Fiano” registro manoscritto conservato nell'Archivio Parrocchiale di Fiano.

Torna al capitolo 3

(4) Testamento spirituale di Don Aldo: 4 agosto 1944.

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(5) L’Arcivescovo affidò, dopo l’8 Settembre 1943, ai sacerdoti Niccolai, Paoli, Staderini, Tambellini (Oblati del Volto Santo) il compito di accogliere i perseguitati e collocarli in luogo sicuro.

Torna al capitolo 7
Online dal 15 febbraio 2010

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